sabato 26 settembre 2020

Una proposta tecnica per il “repurposing” di ESM e la sua confluenza in un nuovo fondo SIE di transizione che accompagni l’Italia e gli altri Stati Membri dall’attuale al prossimo periodo di programmazione comunitario.


PREMESSA: mesi fa, mentre si discuteva politicamente dell'accordo sul "nuovo Piano Marshall Europeo", mi azzardai a paventare che il problema di fondo di ogni prospettiva del genere fosse la disponibilità di cassa di risorse aggiuntive presso la Tesoreria dello Stato. E "pour cause": infatti, senza denari freschi da spendere per finanziare progetti anticiclici - finalizzati cioè a ad aumentare domanda interna, coefficiente di innovazione, tasso di occupazione e, alla fine della fiera, incrementare il PIL - lo Stato avrebbe dovuto esporsi ulteriormente sui mercati, emettendo debito aggiuntivo a tassi più elevati. Ipotesi giustificata dalla concorrenza "sleale" del Bund sui mercati secondari dei titoli di stato (unico titolo pubblico a rendimento negativo ossia per il quale il creditore "paga" anzichè guadagnarci l'interesse) e dalla prevedibile corsa a questo mercato di tutti gli altri debiti sovrani della zona euro.
Creare un fondo ad interim, sommando la disponibilità di cassa del MES (o ESM) e ottenendo l'anticipazione delle risorse, già assegnate all'Italia nel quadro della programmazione 2014/2020 ed in disimpegno nel 2019, avrebbe consentito di avere quasi 50 miliardi in cassa, liquidi e spendibili subito.

Abbiamo avuto invece la RRF: senza pronto cassa nel 2020, senza certezza di rimborso comunitario, con un mix ineguale fra fondo perduto e quota a debito (68 miliardi contro 120).

Ci stanno vendendo una sconfitta, come se fosse una vittoria.



Ho vent’anni di esperienza in tema di fondi comunitari, agricoli e strutturali.
Il mio lavoro, per molto tempo, è stato quello di auditor, poi di gestione dei rapporti finanziari con la Commissione UE, infine di analista e progettista di sistemi di quality review con lo scopo di verificare l’affidabilità e l’accuratezza delle implementazioni nazionali di sistemi di controllo complesso delineati dalla normativa comunitaria.
In questo momento di grave difficoltà offro la mia proposta – necessariamente elaborata in forma schematica e di principio – come contributo alla analisi ed alla elaborazione della politica nazionale.
Il concetto di base è quello di creare, per tutti gli Stati Membri, un nuovo “fondo di transizione” contro la crisi che tenga conto anche del quadro di bilancio dell’Unione che si avvia alla conclusione del periodo di programmazione 2014-2020 e dovrà affrontare il tema del bilancio pluriennale, nonché della individuazione degli obiettivi comunitari per il nuovo periodo di programmazione delle politiche dell’Unione (2021-2027).
. In ogni caso, il fondo dovrebbe avere la capacità di traghettare gli Stati Membri dall’attuale al nuovo periodo di programmazione (e nel nuovo quadro di bilancio), consentendo altresì il “trascinamento” delle risorse e delle operazioni nella fase di esecuzione dal vecchio al nuovo periodo con l’obiettivo di non perdere risorse. In questo senso il nuovo Fondo dovrebbe avere un orizzonte temporale di 24 mesi più altri 12 per le domande di pagamento finali, a cura degli Stati, e per la procedura di chiusura conti.

Il “fondo di transizione” contro la crisi deve quindi operare secondo due linee di azione

- la prima è lo spostamento delle quote già disimpegnate a fine 2019 (ed anche per il resto del periodo di esecuzione 2014-2020) da tutti i fondi comunitari, siano essi fondi SIE o meno. Per l’Italia si tratterebbe di 11 miliardi. Questi 11 miliardi dovrebbero essere versati come prefinanziamento direttamente al bilancio dello Stato secondo gli ordinari meccanismi di gestione dei flussi finanziari fra Commissione e MEF-RGS-IGRUE;
Nell’ambito del nuovo quadro finanziario si potrà poi definirne il successore, per il periodo 2021-2027, sul quale operare, appunto, in “trascinamento” per le operazioni non concluse nel timeframe indicato di 36 mesi. Queste risorse potranno derivare inizialmente da due fonti di alimentazione finanziaria:
- la seconda è l’impegno politico (che dovrà essere recepito in un accordo formale ed in una serie di disposizioni regolamentari unionali) ad utilizzare, per ciascuno Stato aderente, la quota equivalente del 2% del PIL offerta da ESM, come quantificata secondo gli accordi in corso di definizione a livello di Eurogruppo, come cofinanziamento comunitario (con un tasso di cofinanziamento elevato, di almeno l’ottanta per cento della spesa pubblica complessiva), trasferendo i fondi al bilancio dell’Unione su capitoli di nuova apertura. La quota andrebbe calcolata non Stato Membro per Stato Membro, ma come montante complessivo pari al 2% del PIL degli aderenti ad ESM. I massimali di spesa potranno essere definiti a livello di programmazione operativa nazionale. I costi del credito (gli interessi) potranno invece essere coperti o mediante un aumento delle quote di rifinanziamento del bilancio unionale per i prossimi anni o, anche in parte, utilizzando le risorse reimpegnate e che non dovessero eventualmente venire impiegate.

Per l’Italia si tratterebbe di avere a disposizione complessivi 50 miliardi di euro dei quali 11 subito in
cassa.

Ogni Stato dovrà adottare un proprio programma operativo, sulla base di un accordo di partenariato ad hoc con la Commissione. Sarebbe opportuno che le azioni individuate fossero poche, semplici e finalizzate agli obiettivi del fondo: contenere la povertà, preservare l’apparato produttivo, sostenere le politiche attive del lavoro e la riqualificazione professionale, coprire i costi di “adattamento” del sistema economico alle regole di sicurezza anti Covid e, ovviamente, finanziare i sistemi sanitari, potenziandone la capacità di risposta (anche con riferimento alla medicina territoriale e di prossimità, al contenimento epidemiologico, alla ricerca vaccinale e terapeutica ecc.).
Perché un rilevante anticipo di cassa (prefinanziamento) consentirebbe subito di erogare risorse fresche senza incrementare il debito pubblico, mentre il problema dei costi della linea di credito ESM per Covid verrebbe risolto almeno spostandoli sugli equilibri del nuovo quadro finanziario comunitario per il periodo 2021-2027.

Sarebbe anche opportuno limitare il livello di gestione allo Stato con un unico Programma Operativo Nazionale (per l’Italia con l’eccezione delle azioni connesse alle tematiche sanitarie) e concentrare, come peraltro previsto dalla normativa comunitaria in vigore per gli attuali Fondi SIE, le funzioni di Autorità di Gestione e di Autorità di Certificazione in un unico soggetto (che potrebbe essere l’Agenzia per la Coesione con l’apporto di personale in comando da amministrazioni che già si occupano di fondi SIE), mantenendo l’impostazione in essere di centralizzare l’Autorità di Audit presso il MEF-RGS-IGRUE.
Perché questa scelta?
Perché il tema della “condizionalità” legata alla versione “covid like” di ESM sarebbe risolto in modo neutrale anche per gli Stati “virtuosi” del centro e nord Europa, affidando alla Commissione Europea il compito di rule maker e controllore della ammissibilità delle spese rispetto agli obiettivi prioritari. Nessuno, insomma, si sentirebbe defraudato di niente.
Perché le norme finanziarie, i meccanismi regolatori e gli apparati nazionali esistono già e sono assolutamente rodati.

Recovery che?


Il diavolo è nei dettagli...nell'accordo del Consiglio Europeo di luglio si parla di prefinanziamento del 10% (ovviamente solo sulla parte della RRF a fondo perduto i.e. sono 6,8 miliardi, due spiccioli) che "verrà versato nel 2021".
Punto A17.
L'accordo usa il condizionale "dovrebbe essere pari al 10%" e non specifica "di cosa".
Appare improbabile che, stando alla bozza di regolamento del Consiglio ancora in corso di approvazione, quel 10% possa includere anche la quota a credito (che richiede attivazione di specifiche linee di credito per progetti finalizzati ergo niente progetti e richieste, niente linea di credito).
Per capirci: 6,8 miliardi sono pari a circa il 7% della spesa pubblica italiana 2019. La Cassa Integrazione straordinaria costa allo Stato non meno di 10 miliardi (al mese, da aprile a dicembre 2020).
Se qualcuno pensa di salvarsi con RRF o sta mentendo o ha grossi problemi con i numeri.

giovedì 24 settembre 2020


Dieci ragioni per cui l'Italia rischia di fallire nei prossimi cinque anni.

1) ESM (MES) o RRF (Recovery Fund) sono e, segnatamente, includono prestiti, sia pure a tassi di interesse vantaggiosi. E sono anche prestiti “finalizzati”: non possono essere spesi in modo discrezionale.

2) Nessuna delle risorse che potranno provenire dalla UE è immediatamente spendibile: non si tratta di accrediti di cassa nella tesoreria dello Stato.

3) E’ possibile, ma, al momento, non è certo che vengano previste anticipazioni di cassa in avvio in una misura compresa fra il 5 e l’11% della quota a fondo perduto della RRF (ossia, al massimo, 7,5 miliardi di euro su 68 totali).

4) Tutte le altre spese devono essere anticipate in cassa dalle risorse nazionali. Verranno rimborsate secondo un meccanismo finanziario standard che prevede però il diritto della Commissione di controllare, ispezionare e sindacare l’uso fatto delle risorse e l’efficacia e la puntualità dell’attuazione.

5) La Commissione ha quindi il potere di detrarre dai rimborsi successivi, sino all’ultimo, le risorse che ritiene ingiustificatamente spese e spese in modo non corretto, non tempestivo, sproporzionato ecc.

6) La capacità di “spendere” dell’Italia è molto dubbia: la storia dei fondi strutturali oggi fondi SIE (fondi strutturali e di investimento europei) insegna che, di norma, una percentuale molto significativa delle risorse viene “disimpegnata” cioè torna nel bilancio UE perché l’Italia, nel suo complesso, non riesce ad impiegarla nei tempi previsti (oggi sono 3 anni dalla fine dell’anno di impegno nella pianificazione finanziaria).

7) RRF non può finanziare spese “ricorrenti” ed esiste un forte caveat sulle spese il cui periodo di esecuzione superi il quinquennio di attuazione del Piano Nazionale di Recupero e Resilienza finanziato da RRF (ossia il periodo 2021-2026).

8) L’Italia ha troppi livelli di governo: Stato, Regioni, Enti Locali. Questi livelli di governo sono molto mal coordinati. Questo perché l’Italia ha un modello amministrativo incoerente ed obsoleto, personale pubblico poco specializzato ed anziano con scarse competenze tecniche. Inoltre, vent’anni di esternalizzazione delle attività sostanziali al settore privato ed alle società di consulenza hanno svuotato ulteriormente di competenze il personale pubblico: in Italia non esiste un’alta burocrazia qualificata ed autorevole e non esiste la figura del “quadro”, ma un meccanismo di tipo feudale su due livelli, dirigenti e non dirigenti.

9) L’Italia ha enormi problemi di integrazione dei sistemi informativi delle amministrazioni pubbliche. Un esempio su tutti: dati INPS e dati Agenzia Entrate non si parlano (caso classico: quanti lavoratori domestici per i quali vengono regolarmente versati i contributi pagano l’IRPEF facendo il 730 ogni anno, dato che i datori di lavoro domestici non sono sostituti di imposta?).

10) L’Italia ha una classe politica che, più di tutte, è vittima della propria debolezza strutturale. Partiti in crisi e rappresentatività sostanziale ai minimi (società fluida e scarsa identificabilità dei cittadini nei vari rassemblement politici) determinano grossi movimenti di elettori fra una tornata elettorale e l’altra ovvero disallineamenti significativi fra tornate elettorali per diversi livelli di governo (si veda l’esempio recentissimo della lista Zaia e della lista della Lega in Veneto).


domenica 20 settembre 2020

Recovery Alien, a Bruxelles non sono cattivi ma insensibili burocrati zelanti con un pessimo carattere, sì.



Poiché mi ci relaziono per lavoro da vent’anni, ho maturato la convinzione che i tecnocrati di Bruxelles siano in realtà perfidi alieni Vogon, cinici burocrati galattici inclini ad una inascoltabile prolissità allorché si metta loro in mano una penna (o una tastiera).

Il Recovery Drama me lo conferma senza fallo.

Il 17 settembre, la Commissione ha pubblicato una prima bozza di documento di lavoro (linee guida per la stesura dei piani nazionali relativi alla RRF). E’ utile approfondire il tema per comprendere che cosa esattamente si aspettino a Bruxelles dagli Stati Membri e per capire il livello di complessità gestionale con il quale le amministrazioni nazionali dovranno confrontarsi.

Le aree di intervento sono quattro: favorire la coesione economica, sociale e territoriale; rafforzare la resilienza dell’economia e della società; ridurre l’impatto socioeconomico della crisi; supportare la transizione verso una economia verde e digitale.

Ogni piano dovrà essere articolato per “componenti” cioè per insiemi coerenti di “riforme” e “investimenti” che dovranno correlarsi con ciascuna delle quattro aree di intervento.

La descrizione dovrà essere sufficientemente analitica: la Commissione si aspetta, per ciascun componente, specifiche informazioni di dettaglio su ogni azione di investimento e su ogni riforma che si intende proporre, una quantificazione del contributo a carico della RRF ed i relativi obiettivi con una pianificazione dettagliata nell’arco temporale consentito ed articolata per stati di avanzamento (“milestones”).

E’ necessario che le componenti siano coerenti con gli specifici obiettivi nazionali individuati nelle raccomandazioni del Consiglio UE per gli anni 2019 e 2020.

Il documento indica dei macro settori sui quali intervenire a titolo di esempio: mercato del lavoro, sistema fiscale, politiche di settore, transizione verde, transizione digitale, sistema giudiziario, procedure concorsuali (crisi di impresa), efficienza e formazione della PA, politiche antifrode ed anticorruzione.

Le riforme dovranno avere effetti di lungo periodo (a prescindere dall’oggetto: un insieme di norme, meccanismi istituzionali, meccanismi di mercato ecc.) e la loro efficacia dovrà essere utilizzata per valutare il buon uso delle risorse investite. Anche in questo caso si richiede un livello di dettaglio elevato: gli stati membri dovranno descrivere in modo accurato le proprie riforme per consentire le valutazioni ex ante della Commissione.

Sarà utile evidenziare se e come riforme in settori diversi possano rinforzarsi a vicenda.

Gli investimenti, per loro canto, coinvolgono la spesa pubblica delle risorse comunitarie: dovranno determinare modifiche strutturali dei settori che li riceveranno ed avere effetti duraturi. Potranno comprendere investimenti in capitale fisso, risorse umane, tutela ambientale, ma anche proprietà intellettuali e, in ogni caso, essere orientati in chiave “verde” (maggiore efficienza energetica, decarbonizzazione del settore finanziato, riduzione dell’impronta ambientale ecc.).

Gli Stati Membri non possono decidere in modo arbitrario: dovranno limitarsi a costi derivanti da spese di natura non ricorrente (i.e. non si potrà finanziare la decontribuzione dei neo assunti, ma si potrà finanziare il sistema di collocamento pubblico). Anche il quadro temporale dell’investimento non potrà eccedere il 2026. Eventuali misure di durata ulteriore dovranno identificare le risorse nazionali che sostituiranno quelle comunitarie dal 2027 in poi.

C’è una certa discrezionalità nelle modalità di investimento: non solo investimenti diretti, ma anche strumenti finanziari, contributi a rimborso spese, sussidi. E’ importante indicare la presenza di coinvestimenti privati e che le norme sugli aiuti di stato non vengano violate.

C’è una certa attenzione (e favore) per i progetti transfrontalieri che dovranno coinvolgere più stati membri, ma la prevalenza è data alle eco condizionalità: ogni misura da finanziare nell’ambito della transizione verde dovrà essere verificabile in relazione ad obiettivi per la gestione del ciclo dei rifiuti, la prevenzione dell’inquinamento idrico, il controllo e la limitazione di altre forme di inquinamento, la mobilità sostenibile e via discorrendo.

C’è poi un minimo obbligatorio di spesa per la transizione digitale: il 20% del budget dovrà essere allocato su misure finalizzate al tema della connettività fissa e mobile, agli investimenti in ricerca e sviluppo nel digitale (incluso l’hardware), alla educazione digitale dei lavoratori, ai sistemi di e-government ed ai servizi digitali della PA (si pensi alla interoperabilità dei costituendi “cloud storage” delle PPAA nazionali degli stati membri) e creazione di “hub per l’innovazione digitale” finalizzati alla “digitalizzazione” dell’impresa privata. C’è spazio anche per l’innovazione tecnologica digitale: una citazione su tutte la vogliamo riportare, i processori quantici (intel in America ci sta lavorando da lustri).

Se volete approfondire il tema e non sapete la differenza tra un bit ed un qubit: https://www.ibm.com/quantum-computing/learn/what-is-quantum-computing/

Immancabile l’impronta verde anche sul digitale: ridurre i rifiuti RAEE, i consumi energetici ed il calore emesso dai data center è una priorità da tenere in considerazione.

Infine, un cenno al meccanismo di rimborso – che poi è la trappola in cui rischia di cascare l’asino tricolore:

la Commissione vuole dei S.A.L. a partire da un indicatore “baseline” (una ricca e complessa griglia di indicatori in realtà) con un valore di partenza e dei conseguimenti qualitativi basati sulla “timeline” degli investimenti e delle riforme. O l’esecutore nazionale sarà in grado di dimostrare che i SAL vengono rispettati come da programma o ci saranno decurtazioni sui rimborsi.

In maniera testuale, il documento lega i rimborsi alla prova che, poiché riforme ed investimenti operano in parallelo, diversi SAL e diversi obiettivi sono stati raggiunti nei termini previsti dalla pianificazione.

Pianificazioni troppo ambiziose, in altre parole, rischiano di comportare una riduzione dei rimborsi.

Neanche in questo documento si fa menzione di un prefinanziamento o anticipo: sembra quindi, per ora, che gli anticipi dovranno provenire dalle esangui casse nazionali.

Povero Gualtieri.

sabato 19 settembre 2020

 Italia - "la qualità c'ha rotto er cazzo".


E' bella questa notizia (vedi in basso) - da far leggere al nostro Presidente del Consiglio ed al Ministro Gualtieri - chiedendo loro: come mai, mentre ciò che resta dell'industria automobilistica italiana arranca, costruendo ancora auto come la Y (pianale small fiat panda 2003) o importando motori dal Brasile (i 1.0 e 1.3 3 cilindri firefly di FCA Brasile), i tedeschi hanno già sostanzialmente completato la transizione del ciclo industriale (produzione e riciclaggio accumulatori, industrializzazione modelli e lancio commerciale) dell'automotive dai motori ICE ai motori EV (ICE=Internal Combustion Engine) e possono permettersi di far guidare la loro prossima "Kiefer" - la ID3 - a chi dei veicoli EV è stato il pioniere, facendogli anche garbatamente notare che il loro "lane assist" funziona (a differenza dell'autopilot delle Tesla) con la tipica spocchia "tetesca"?
Si: noi aspettiamo i soldini del "recovery fund", ammassando progetti e linee guida senza una strategia nazionale. Spendere male, facendo altri buffi (i.e. dilapidare) è un talento che indubbiamente abbiamo.
Ne ho scritto, riscritto e ne scriverò ancora: la classe dirigente italiana non ha e non vuole avere - campando esclusivamente di sondaggi elettorali - una visione dell'Italia nel 2040/2050, quando il Mediteraneo sarà un mare molto più caldo di ora, il Sud Italia a rischio reale di desertificazione e le risorse idriche una criticità molto seria, senza contare che con il caldo la rete di produzione e distribuzione dell'energia entrerà molto più facilmente in crisi nei momenti di picco (tutti con l'aria condizionata accesa).
Invece di avviare un gigantesco programma pubblico di riconversione ed adattamento degli edifici esistenti in chiave climatica, invece di pianificare la gestione strategica delle risorse idriche nazionali, invece di ripensare il modello di spostamento urbano, riconoscendo il diritto ad un trasporto locale intermodale efficiente, affidabile, sicuro e non inquinante si preferisce inserire nella conversione di un decreto legge una serie di norme folli, lasciando circolare i famosi monopattini elettrici senza obbligo di targa, assicurazione, bollo e casco, si "dipingono" piste ciclabili a cavolo senza "proteggerle" e si continua a non capire che o si investe sulla segnaletica e sui sistemi semaforici moderni ed avanzati (inclusa una illuminazione notturna degli attraversamenti pedonali che oggi è possibile) o si conteranno i morti e i giudizi nei nostri iper efficienti tribunali.
La verità è che il motto dell'Italia è quello di Renè Ferretti.
Questo è un paese - mi si perdoni la volgarità - che vive "a cazzo de cane". E la pagheremo carissima, tutti.

Recovery Fund, il grande bluff del governo.


Quello che i media chiamano “Recovery Fund” ha un altro nome (“Recovery and Resilience Facility”). Ma non ha ancora un quadro normativo a livello eurounitario: oltre agli accordi politici a livello di Consiglio Europeo (l’ultimo di metà luglio), esiste soltanto una bozza di regolamento del Consiglio e manca completamente l’attività normativa di dettaglio della Commissione.
Le regole di calcolo per l’allocazione delle risorse sono note e anche i montanti complessivi ripartiti in fondi e prestiti (335 e 268 miliardi rispettivamente). Il bacino di risorse – da spendersi entro il 2026 – cui l’Italia potrà accedere è di 68 miliardi di euro (a fondo perduto).
Per dare una misura concreta, il PIL italiano 2019 era di circa 1790 miliardi di euro: l’intervento di RRF sarà, nella migliore delle ipotesi, pari allo 0,76% del PIL 2019, per anno, dal 2021 al 2026.
Tutti i parametri di calcolo della allocazione a livello nazionale, ovviamente, sono legati al 2019.
Per avere un termine di ulteriore confronto, si pensi che il totale dei Fondi SIE per l’Italia nel periodo 2014/2020 (la cui esecuzione però termina a metà 2024) è di circa 32 miliardi.
E’ utile sapere che esiste un vincolo di complementarità tra le spese ammissibili a valere su RRF e sui vari Programmi Operativi dei Fondi SIE per evitare doppi finanziamenti.
Sono quindi numeri importanti, perché si concentra circa il doppio delle risorse in un periodo di tempo che è circa la metà di un ciclo di programmazione delle politiche di coesione.
E tuttavia non sembrano numeri in grado di svellere l’Italia dal suo declino economico.
Le regole di gestione (rendicontazione delle spese) devono ancora essere scritte (i regolamenti della Commissione), anche se alcune indicazioni – del tutto in linea con gli standard comunitari – si rinvengono nei “consideranda” in premessa alla bozza di regolamento del Consiglio.
Fra questi, è utile citare le consuete norme antifrode ed il ruolo dell’Olaf (l’ufficio antifrode UE) e tutta la gestione delle irregolarità con o senza sospetto di frode che ne deriva – nonché i relativi ordini di recupero o “rettifiche finanziarie” in cui potranno incorrere gli stati membri, un insieme di regole sanzionatorie che possono prevedere il potere della Commissione di sospendere, disimpegnare o cancellare gli stanziamenti ed i programmi di spesa che la stessa Commissione dovrà approvare nel termine di quattro mesi dalla loro presentazione e, naturalmente, il potere della Commissione di effettuare ispezioni e visite di controllo negli Stati Membri.
Peraltro, il termine finale per la presentazione dei piani nazionali è il 30 aprile 2021, il temine iniziale ufficiale il 1 gennaio 2021 (quando l’Unione dovrà aver approvato il pacchetto normativo completo e le relative linee guida), mentre è consentita una presentazione “informale” entro il 15 ottobre 2020.
Una pianificazione di questo tipo richiederebbe la giusta ponderazione, senza avere fretta di fare il compitino: nel testo della bozza di regolamento non ho trovato la parola “prefinanziamento” con la quale, di norma, si indica un accredito in cassa agli stati membri per l’avvio dell’esecuzione del Programma Operativo (cioè senza spese rendicontate).
Non si capisce allora la fretta del governo italiano che ha già dichiarato che presenterà il proprio piano alla prima scadenza utile (il prossimo 15 ottobre). Già si sprecano le dichiarazioni in tal senso del ministro Gualtieri, ma si tratta di una fretta pericolosa: se sperano di inserire nella legge di bilancio risorse derivanti dal RRF si sbagliano di grosso, perché nessun eventuale prefinanziamento verrà pagato prima di maggio/giugno 2021.
E d’altra parte non è ancora chiaro quali siano le priorità dello strumento – la bozza di regolamento è piuttosto vaga in merito – e l’Italia farebbe bene a predisporre un meccanismo interno di gestione delle spese (e di rendicontazione e controllo) molto meno stratificato e ingessato rispetto a quello tradizionalmente utilizzato per i fondi SIE che prevede lo strapotere programmatorio delle Regioni e la parcellizzazione delle risorse in mille e mille interventi e sotto interventi che rendono la spesa complicata da gestire e l’impatto economico molto limitato.
A questo link la bozza di regolamento in discussione: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/...
Vi invito (caldamente) a leggere l'allegato I "Methodology for the calculation of the maximum financial contribution (i.e. the non-repayable financial support) per Member State under the Facility"e la tabella "maximum financial contribution per member state".
L'importo a fondo perduto per l'Italia è di 68,482 miliardi.
ps chi scrive opera professionalmente da circa vent'anni nel settori dei fondi UE.

Nuovo Medioevo Urbano 


Il dramma dello SW: all'inizio male necessario, domani strumento infido per rinchiudere i lavoratori nelle case, isolarli e pagarli meno. I sindacati completamente aggirati - in nome dell'emergenza - già lenti come pachidermi ad adattarsi alla nuova realtà. Quali strumenti di lotta ha un lavoratore al confino domiciliare? Praticamente nessuno. E le città, economicamente, come risentono della interruzione del flusso di lavoratori che si muove dal centro alle periferie e viceversa.

Un modo nuovo di lavorare è possibile, ma ciò che non è possibile e non è auspicabile è una forma perversa di integralismo al contrario (tanto cara agli italiani tifosi, sempre pronti a schierarsi senza prima aver pensato).
Possiamo e dobbiamo fare meglio: possiamo immaginare un sistema efficace che ci consenta di decidere se e come andare in ufficio (quando serve) e se e come restare a casa (quando non serve spostarsi). Un sistema aperto, libero e compatibile anche con le necessità di lavorare insieme in presenza e di socializzare, perché la socializzazione dei problemi di lavoro, l'analisi congiunta delle questioni non è e non può essere un disvalore.
Altrimenti si rischia quello che sta succedendo adesso: la dirigenza che si reca, comunque, in ufficio, alla bisogna, non essendo già da tempo vincolata al concetto di orario di lavoro e la manovalanza di bassa cucina, tutti gli altri, che non ha uno strumento contrattuale che regoli in modo equo diritti, doveri, tempi e modalità del lavoro in presenza e non in presenza.
Ho diritto alla disconnessione, ho diritto ad un salario accessorio che non sia legato alla presenza, ho diritto, se dò una disponibilità in orari "scomodi", ad una retribuzione aggiuntiva, ho diritto ad un rimborso dei costi di energia e connettività (perché il datore risparmia molti denari tenendo gli uffici solo parzialmente aperti), ho diritto ad uno sgravio fiscale consistente per l'acquisto di strumenti di lavoro (e penso alla carta per la stampante, toner, cartucce, hardware di vario genere), ho diritto ad un telefono aziendale perché è uno strumento di lavoro. E sono le prime cose che mi vengono in mente.
Senza una contrattualizzazione dei nuovi diritti non c'è più equilibrio nella dialettica fra parte datoriale e lavoratori e mi chiedo quale spazio resti alla intermediazione sindacale in un mondo che, sotto le dorate e mentite spoglie del lavoro "smart", rischia di riproporre la più retriva versione del rapporto diretto, uno ad uno, fra padrone e schiavo.

Una proposta tecnica per il “repurposing” di ESM e la sua confluenza in un nuovo fondo SIE di transizione che accompagni l’Italia e gli altr...