Una proposta tecnica per il “repurposing” di ESM e la sua confluenza in un nuovo fondo SIE di transizione che accompagni l’Italia e gli altri Stati Membri dall’attuale al prossimo periodo di programmazione comunitario.
PREMESSA: mesi fa, mentre si discuteva politicamente dell'accordo sul "nuovo Piano Marshall Europeo", mi azzardai a paventare che il problema di fondo di ogni prospettiva del genere fosse la disponibilità di cassa di risorse aggiuntive presso la Tesoreria dello Stato. E "pour cause": infatti, senza denari freschi da spendere per finanziare progetti anticiclici - finalizzati cioè a ad aumentare domanda interna, coefficiente di innovazione, tasso di occupazione e, alla fine della fiera, incrementare il PIL - lo Stato avrebbe dovuto esporsi ulteriormente sui mercati, emettendo debito aggiuntivo a tassi più elevati. Ipotesi giustificata dalla concorrenza "sleale" del Bund sui mercati secondari dei titoli di stato (unico titolo pubblico a rendimento negativo ossia per il quale il creditore "paga" anzichè guadagnarci l'interesse) e dalla prevedibile corsa a questo mercato di tutti gli altri debiti sovrani della zona euro.
Creare un fondo ad interim, sommando la disponibilità di cassa del MES (o ESM) e ottenendo l'anticipazione delle risorse, già assegnate all'Italia nel quadro della programmazione 2014/2020 ed in disimpegno nel 2019, avrebbe consentito di avere quasi 50 miliardi in cassa, liquidi e spendibili subito.
Abbiamo avuto invece la RRF: senza pronto cassa nel 2020, senza certezza di rimborso comunitario, con un mix ineguale fra fondo perduto e quota a debito (68 miliardi contro 120).
Ci stanno vendendo una sconfitta, come se fosse una vittoria.
Ho vent’anni di esperienza in tema di fondi comunitari, agricoli e strutturali.
Il mio lavoro, per molto tempo, è stato quello di auditor, poi di gestione dei rapporti finanziari con la Commissione UE, infine di analista e progettista di sistemi di quality review con lo scopo di verificare l’affidabilità e l’accuratezza delle implementazioni nazionali di sistemi di controllo complesso delineati dalla normativa comunitaria.
In questo momento di grave difficoltà offro la mia proposta – necessariamente elaborata in forma schematica e di principio – come contributo alla analisi ed alla elaborazione della politica nazionale.
Il concetto di base è quello di creare, per tutti gli Stati Membri, un nuovo “fondo di transizione” contro la crisi che tenga conto anche del quadro di bilancio dell’Unione che si avvia alla conclusione del periodo di programmazione 2014-2020 e dovrà affrontare il tema del bilancio pluriennale, nonché della individuazione degli obiettivi comunitari per il nuovo periodo di programmazione delle politiche dell’Unione (2021-2027).
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In ogni caso, il fondo dovrebbe avere la capacità di traghettare gli Stati Membri dall’attuale al nuovo periodo di programmazione (e nel nuovo quadro di bilancio), consentendo altresì il “trascinamento” delle risorse e delle operazioni nella fase di esecuzione dal vecchio al nuovo periodo con l’obiettivo di non perdere risorse. In questo senso il nuovo Fondo dovrebbe avere un orizzonte temporale di 24 mesi più altri 12 per le domande di pagamento finali, a cura degli Stati, e per la procedura di chiusura conti.
Il “fondo di transizione” contro la crisi deve quindi operare secondo due linee di azione
- la prima è lo spostamento delle quote già disimpegnate a fine 2019 (ed anche per il resto del periodo di esecuzione 2014-2020) da tutti i fondi comunitari, siano essi fondi SIE o meno. Per l’Italia si tratterebbe di 11 miliardi. Questi 11 miliardi dovrebbero essere versati come prefinanziamento direttamente al bilancio dello Stato secondo gli ordinari meccanismi di gestione dei flussi finanziari fra Commissione e MEF-RGS-IGRUE;
Nell’ambito del nuovo quadro finanziario si potrà poi definirne il successore, per il periodo 2021-2027, sul quale operare, appunto, in “trascinamento” per le operazioni non concluse nel timeframe indicato di 36 mesi.
Queste risorse potranno derivare inizialmente da due fonti di alimentazione finanziaria:- la seconda è l’impegno politico (che dovrà essere recepito in un accordo formale ed in una serie di disposizioni regolamentari unionali) ad utilizzare, per ciascuno Stato aderente, la quota equivalente del 2% del PIL offerta da ESM, come quantificata secondo gli accordi in corso di definizione a livello di Eurogruppo, come cofinanziamento comunitario (con un tasso di cofinanziamento elevato, di almeno l’ottanta per cento della spesa pubblica complessiva), trasferendo i fondi al bilancio dell’Unione su capitoli di nuova apertura. La quota andrebbe calcolata non Stato Membro per Stato Membro, ma come montante complessivo pari al 2% del PIL degli aderenti ad ESM. I massimali di spesa potranno essere definiti a livello di programmazione operativa nazionale. I costi del credito (gli interessi) potranno invece essere coperti o mediante un aumento delle quote di rifinanziamento del bilancio unionale per i prossimi anni o, anche in parte, utilizzando le risorse reimpegnate e che non dovessero eventualmente venire impiegate.
Ogni Stato dovrà adottare un proprio programma operativo, sulla base di un accordo di partenariato ad hoc con la Commissione. Sarebbe opportuno che le azioni individuate fossero poche, semplici e finalizzate agli obiettivi del fondo: contenere la povertà, preservare l’apparato produttivo, sostenere le politiche attive del lavoro e la riqualificazione professionale, coprire i costi di “adattamento” del sistema economico alle regole di sicurezza anti Covid e, ovviamente, finanziare i sistemi sanitari, potenziandone la capacità di risposta (anche con riferimento alla medicina territoriale e di prossimità, al contenimento epidemiologico, alla ricerca vaccinale e terapeutica ecc.).
Perché un rilevante anticipo di cassa (prefinanziamento) consentirebbe subito di erogare risorse fresche senza incrementare il debito pubblico, mentre il problema dei costi della linea di credito ESM per Covid verrebbe risolto almeno spostandoli sugli equilibri del nuovo quadro finanziario comunitario per il periodo 2021-2027.
Perché questa scelta?
Perché il tema della “condizionalità” legata alla versione “covid like” di ESM sarebbe risolto in modo neutrale anche per gli Stati “virtuosi” del centro e nord Europa, affidando alla Commissione Europea il compito di rule maker e controllore della ammissibilità delle spese rispetto agli obiettivi prioritari. Nessuno, insomma, si sentirebbe defraudato di niente.
Perché le norme finanziarie, i meccanismi regolatori e gli apparati nazionali esistono già e sono assolutamente rodati.
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